Una vista insolita sull’Etna: Alicudi

By 26/08/2015 Dicembre 12th, 2017 Racconti

La curiosità, la voglia di ossigeno e salsedine, e l’esigenza di un breve cambio di prospettiva, ci hanno spinti qui sulla remota e selvaggia Alicudi.

Non è facile arrivare qui, i collegamenti sono pochi e da Milazzo ci vogliono quasi 3 ore di aliscafo. Ma appena si tocca terra si entra in un’altra dimensione: una piccola società plasmata dalla superba asprezza di questo antico vulcano. Infatti Alicudi altro non è che la parte emersa di un vulcano di oltre 150milioni di anni (l’Etna è nato o nata circa 600mila anni fa). Umanizzando per un attimo i vulcani, se l’Etna fosse una ragazzina di 18 anni (i Siciliani attribuiscono spesso all’Etna il genere femminile: “a Muntagna!”), Alicudi sarebbe un arzillo vecchietto di 4500anni.

Respect to Alicudi.

Quello che si vive e si vede è una frazione del vulcano, pochi chilometri quadrati (circa 5), di una forma molto regolare ed elegante, per un’altezza di circa 600 metri. Il resto sta in silenzio sott’acqua, insieme ai pesci e ad altri quattro coni vulcanici mai emersi: Eolo, Enarete, Sisifo e Glauco.

L’isola ti accoglie subito, se non cerchi discoteche, ristoranti e sorrisi da reception di hotel a 5 stelle, se cerchi autenticità, con i suoi pro e i suoi contro, l’isola te la mostra subito. Dal porticciolo in un paio di minuti a piedi arriviamo da Anna, proprietaria di una piccola bottega che ha tutto, è lei che ha le chiavi della casa dove dormiremo. Anna è gentilissima, in pochi minuti con il marito Ettore ci raccontano dell’isola e ci dicono che sarà difficile arrivare a casa con i nostri bagagli, la salita è troppo ripida e non esistono strade sull’isola, solo scale. Anna ci prenota un mulo per portarci su il tutto e qualche bottiglia d’acqua acquistata da lei.

Incontriamo Guglielmo al porto che ci accompagna a casa, la salita è ripidissima, e anche se la casa è una delle più vicine al porto, arriviamo con il fiatone e sudati. Guglielmo, malgrado i suoi 60 anni circa, è impeccabile, fa ore di scale ogni giorno….da quando è nato. La vista dalla nostra terrazza è incantevole, si vede Filicudi, Salina, Lipari e Vulcano, c’è troppa foschia per vedere Stromboli e Filicudi e Salina nascondono Panarea. A sud invece, maestosa e ancora innevata svetta l’Etna. Di qua vediamo il versante nord-ovest dell’Etna, proprio dove si trova la nostra vigna di SantaMariaLaNave e le nostre viti di Grecanico Dorato e Albanello.

Guglielmo sta con noi un po’, dalle sue parole comprendiamo l’isola, o almeno la sua versione. Lui è un uomo mite, mantiene la sua famiglia raccogliendo capperi selvatici sulla “Montagna”, dice che lì non sono di nessuno e svegliandosi alle 4 di mattina, a mezzogiorno lui riesce a tornare con un sacco sulle spalle di 60 chilogrammi di capperi di prima scelta. Salire implica una scarpinata di circa un’ora e mezzo, molto faticosa. Quindi Guglielmo riesce a raccogliere circa 10 chili di capperi in un’ora: un’abilità incredibile.

Guglielmo ci racconta tutta la sua vita (che poi è la vita dell’isola), prima coltivavano la terra, orzo, capperi, la vite scampata alla filossera (la famiglia di Guglielmo faceva circa 1000 bottiglie di vino l’anno). Le migliori famiglie avevano piccoli palmenti e lì vinificavano. Le viti erano un misto bianca (probabilmente Malvasia), rossa (forse Corinto Nero, Nero D’Avola o i nostri Nerelli dell’Etna: Nerello Cappuccio e Nerello Mascalese) e un vitigno che dava grappoli spargoli con acini molto piccoli, che dalla descrizione del grappolo e della foglia a noi sembrava una specie di vite americana. Con i contributi regionali per l’allevamento sono poi state introdotte nell’isola pecore, mucche, capre e conigli: la rovina per l’agricoltura. Le mucche hanno mangiato la maggior parte delle viti, ma poi sono morte, era impossibile sostentarle con le poche risorse dell’isola (malgrado la barbara pratica di incendiare le campagne per stimolare la crescita di erba selvatica che ha ancora di più distrutto i vitigni). Le capre hanno invece sfruttato la loro forza e senso di adattamento e sono diventate selvatiche (difficile comprendere perché’ per insultare qualcuno talvolta gli si dice “sei una capra!” quelli sono animali molto svegli!). Oggi sull’isola ne esistono circa 300, totalmente inselvatichite, temono giustamente l’uomo che non riesce a mungerle, qualche cacciatore ogni tanto ne uccide un paio con il fucile per mangiare un po’ di carne. L’introduzione degli animali ha quindi distrutto l’economia agricola dell’isola, che ne era il vero cuore sociale forse dalla preistoria. Già dall’aliscafo si vedono delle terrazze estreme, piccoli gradini di fertilità strappati alla ripidità del vulcano. Quasi tutte le terrazze oggi versano in stato di totale abbandono: troppo bassa la resa agricola di ogni terrazza, troppo alto il costo di coltivarla. L’agricoltura funzionava soltanto nel Pianoro (il cono vulcanico di Alicudi) sopra una zona chiamata Montagna era lì che già nella preistoria l’uomo si era insediato, la sera scende una forte umidita che rende possibile coltivare senza irrigare. Ma gli animali hanno distrutto tutto. Il degrado agricolo di Alicudi e il boom economico in altri posti, hanno spinto alcuni abitanti all’emigrazione (la popolazione è diminuita da 1000 forse 1200 persone a meno di 100 e 40 d’inverno) altri abitanti hanno cominciato a dedicarsi alla pesca.

Di mattina ci viene la curiosità e vogliamo vedere il Pianoro (che è il cono interno del vulcano, la parte più fertile). Un signore bresciano di 62 anni ci spiega come arrivare, lui dice che ci va sempre e ci vuole un’oretta. Il bresciano è un’altra persona mite, sembra un buono, ci racconta che vive sull’isola da quindici anni, faceva il camionista ed era “stanco di stare incolonnato sulla tangenziale”. Un giorno chiese al suo capo un’aspettativa di 4 mesi e quando il suo capo rifiutò di concederla, il bresciano rassegnò le dimissioni e venne ad Alicudi: “quel rifiuto fu la mia fortuna!”. “Cosa fai qui?”, “Se quando mi sveglio la giornata è bella non faccio niente, mi godo l’isola, raccolgo capperi e verdura, faccio l’orto”. Vive in una casa che l’amico Ettore gli presta, era vuota, e mentre parliamo Ettore gli fa un panino.

Prima di partire incontriamo Guglielmo, con un sacco pieno di splendidi e profumati capperi, la sua non era una balla: ci saranno decine di chili di capperi in quel sacco. Cominciamo a salire, ma la strada è davvero ripidissima. Una mulattiera quasi scavata tra le antiche colate del vulcano. Davanti a noi Filicudi e le altre sorelle, alle nostre spalle l’Etna. Più si sale più il paesaggio è incantevole. Ci sono piante di cappero ovunque ed erica, la pianta che da il nome all’isola, gechi e qualche innocua biscia. Salire non è facile perché’ i gradini sono irregolari e hanno il passo dei muli. Molte case sono abbandonate, è normale se la popolazione si è ridotta così drasticamente. Quasi in ogni casa, anche in quelle abbandonate, resiste la pergola. Alcune sono immense, forse centenarie, tronchi grandi come alberi. Superiamo la prima chiesa (del Carmine) e continuammo a salire, si sente il mare, pochi uccelli, i gabbiani, qualche mulo che raglia in lontananza e qualche gallo. Nient’altro. Qualcuno ha piantato dei fiori vicino le proprie case, poi magari le ha abbandonate, ma i fiori continuano a crescere, come le ginestre che imbalsamano l’aria con il loro profumo. Noi continuiamo a salire, e dopo un’ora e mezza raggiungiamo la chiesa di San Bartolo. Sentiamo delle voci in una casa sotto, chiediamo quanto tempo ci vuole per arrivare al pianoro, una signora tedesca che prendeva il sole senza niente addosso si copre con un asciugamano e ci risponde in inglese che ad un buon passo, mancava un’ora e mezza. Il bresciano era stato ottimista! Abbiamo fame e torniamo giù. Ma prima decidiamo di potare la pergola che si trova davanti alla chiesa di San Bartolo, sembrava abbandonata, un piccolo favore fatto al prete della Chiesa e alla pianta stessa. Scendiamo. Mentre andiamo giù incontriamo due muli che salgono, carichi appunto come dei muli. Uno scorreggia sonoramente, sarà lo sforzo della salita. Gli auguriamo 100 anni di salute e continuiamo a scendere. Appena arrivati al porto la figlia di Anna ci prepara un panino l’uno, di almeno mezzo chilo e ci dice che loro sono allenati a salire e lo fanno in metà tempo, per uno non allenato ci vogliono 3 ore dal porto al Pianoro, anche il tempo ha un significato diverso ad Alicudi. Ci dice anche che a San Bartolo non c’è un prete, e neanche su l’isola, da quando è morto il vecchio prete non ne hanno mandato uno “nuovo”, quando serve, viene il prete di Lipari.

Ritorniamo a casa a goderci un po’ di riposo sulla splendida terrazza. Guglielmo ha già messo i capperi ad asciugare, sono un colpo d’occhio e una delizia per la mucosa olfattiva.

Da questa terrazza ci si sente più a casa, è la presenza dell’Etna, lontana, ma visibile a schermare ogni paura. Stapperemo un Millesulmare 2012 e brinderemo a lei: alla nostra bella montagna e ai suoi 18 anni!

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