Vini

Produciamo vini dell’Etna di grande personalità

Per capire i vini dell’Etna, bisogna prima conoscere il vulcano, la sua storia e la sua gente. E’ un territorio straordinario, un vulcano emerso dalle acque del mar Ionio circa 600mila anni fa, che oggi ha una superficie di 1265 chilometri quadrati, un diametro di circa 40 chilometri e un’altezza di 3330 metri sul livello del mare.

Nel corso dei secoli, varie eruzioni, esplosioni o crolli ad altitudini e su versanti diversi hanno creato un territorio di incredibile eterogeneità sotto il profilo della composizione dei suoli: lave diverse, minerali diversi, età dei terreni diverse. L’attività eruttiva poi non si è limitata ai crateri sommitali, ma nei secoli si sono aperti tanti coni eruttivi a diverse altitudini, oggi se ne possono contare oltre 200. Questi crateri hanno ulteriormente esasperato la diversità e l’eterogeneità. A esempio Monte Rosso e Monte Ilice, due crateri avventizi spenti a pochissimi chilometri di distanza: Monte Rosso ha un terreno ferroso di colore quasi rosso mattone, Monte Ilice ha un territorio molto variegato in base al versante e all’altezza, dove abbiamo il vigneto noi il terreno è purissima sabbia vulcanica nera. Solo qualche chilometro di distanza, ma un abisso di differenza.

A questo bisogna aggiungere la diversità nei versanti (un fatto è produrre nel versante sud-est, un fatto e produrre a nord-ovest), le altitudini, che partono da poche centinaia di metri ad altitudini estreme di 1100 metri. Questa imponente diversità è ancora più arricchita dalla presenza del mare, dove l’Etna affonda la sua base e che influenza e arricchisce la nostra viticoltura. A questo mix di per sé già irripetibile, bisogna ulteriormente aggiungere il patrimonio genetico dei vitigni autoctoni etnei, che sono molteplici oltre 40 e con varietà clonali importanti. L’Etna è un territorio straordinario e unico, la cui eterogeneità non può che affascinare gli amanti dei vini come espressione massima del terroir.

Sonia nella sua vigna

L’impatto del vulcano nel vino

L’attività vulcanica storica ha un impatto imponente, tutto il suolo in cui affondano le radici delle vigne etnee ha origine vulcanica, anche in quei terreni che hanno uno scheletro lavico profondo e una parte superficiale organica, che si è creata nei secoli sempre partendo da un suolo esclusivamente composto da materiale eruttivo. L’impatto dell’attività più recente dipende dall’anno e dai fenomeni eruttivi, e ovviamente dalla collocazione del vigneto in termini di versante ed altitudine. Ci sono anni in cui l’Etna da luogo a 15-20 fenomeni eruttivi, con grossi riversamenti di cenere sui vigneti, a volte anche piogge di pietre di varia dimensione e peso.

Quando vedo grosse cadute di cenere e sabbia vulcanica dall’Etna, mi spiace per i disagi che crea alla popolazione, si blocca l’aeroporto, ci sono spesso danni al sistema idrico, le strade diventano meno sicure, ma il viticoltore ringrazia Madre Etna per i doni, quello che io amo chiamare il “bio-fertilizzante gratuito”. Poi se per un attimo ci si ferma a pensare al fatto che cenere e sabbie e vulcaniche arrivano in qualche modo a noi dalle profondità del nostro pianeta, c’è qualcosa che va oltre i minerali fertili che cadono sul vigneto, qualcosa di molto più antico: una forza ancestrale, qualcosa di puro e atavico che va aldilà del concetto scientifico o pratico di agricoltura.

Il ruolo dell’uomo etneo nella viticoltura del vulcano

L’uomo etneo ha avuto un ruolo cruciale. Innanzitutto in un territorio vulcanico giovane, il terreno a scopi vitivinicoli o, più in generale, agricoli va conquistato. E’ un lavoro che richiede anni, in certi casi secoli. Gli antichi uomini etnei “spietravano”, ossia toglievano le pietre dai campi e con le pietre costruivano muri a secco per creare le terrazze, che erano il bacino fertile in cui si svolgeva la produzione agricola. I muri a secco erano e sono dei veri e propri monumenti, dei capolavori, noi siamo abituati a vederli, sono parte dei panorami con cui siamo cresciuti, ma dobbiamo fermarci a riflettere a tutta la fatica che c’è dietro quelle costruzioni, una vera e propria conquista del territorio: l’Etna aveva coperto una zona con le lave, successivamente le ginestre prima e tutte le altre piante selvatiche poi, con l’aiuto del vento, delle piogge e delle escursioni termiche, hanno cominciato a distruggere con le loro radici il manto lavico, trasformandolo in materiale organico, l’uomo poi ha pulito il terreno e lo ha razionalizzato in terrazze. Ogni volta che crolla un muro a secco sull’Etna, purtroppo perdiamo un pezzo di storia.

Nei secoli l’uomo ha anche selezionato le viti migliori per ogni zona, per ogni altitudine, per ogni terreno. Ancora tra vecchi viticoltori o innestatori dell’Etna esiste una gioia spontanea nello stupirsi quando vedono una pianta che in qualche vigneto o frutteto ha una produzione particolarmente qualitativa, e l’usanza di regalare gli innesti per la propagazione delle piante migliori ha fatto il resto. Gli antichi vigneti tradizionali etnei sono una comunità di cloni autoctoni diversi, che gli antichi viticoltori portavano da vigneti più o meno limitrofi, quando vedevano che i risultati erano di alta qualità. Un patrimonio incredibile di diversità genetica che va custodito gelosamente.

Poi non ci dimentichiamo l’altro merito dell’uomo etneo, ossia di aver tramandato nei secoli il metodo di viticoltura ad alberello: ogni pianta ha un suo palo tutore, rigorosamente di castagno etneo. Questo metodo è molto indicato per la produzione di eccellenza, perché consente, se ben gestito, di mantenere una bassa produttività della pianta e soprattutto di spingere la longevità della vite ai suoi limiti più estremi, oltre a conferire al vigneto un’eleganza estetica straordinaria, grazie alle simmetrie che si vengono a creare in base ai punti di osservazione. Ma l’aspetto più interessante e allo stesso tempo più romantico del metodo di coltivazione ad alberello, è il fatto che venga preservata l’individualità di ogni vite, è più facile conoscere le proprie piante e capirne le dinamiche vegetative e produttive.

Nel mio vigneto considero le mie piante come collaboratori fedeli, so che ogni vite produce uva al massimo per una bottiglia di vino, nella coltura ad alberello, posso confrontarmi con la loro individualità, con i loro diversi “caratteri”: c’è chi produce prima, chi produce di più, le piante più pigre, quelle la cui uva ha un contenuto zuccherino più elevato… E tutte lavorano insieme per il risultato che si troverà  nel bicchiere. E’ una cosa stupenda! Certo bisogna considerare che il metodo ad alberello è estremamente costoso e non consente nessun tipo di meccanizzazione, ma se si vuol produrre un vino eccellente, la cura delle attività manuali non può essere rimpiazzata da una o più macchine. La donna o l’uomo sono stati e saranno sempre cruciali.